miércoles, julio 27, 2005

Il giorno prima

Caro Paolo,
le poche settimane trascorse da quando ho aperto questo blog non hanno fatto che confermare il mio scetticismo su questo strumento di divulgazione universale di pensieri pseudo-privati. La mia impressione è che, un po' come gli appunti sulle Moleskine, l'autore li butti giù pensando all'umanità, ritrovandosi poi a rileggerli anni dopo davanti a una candela mezza sciolta e ad un bicchier di Chianti, di quello buono. Una senzione, questa, confermata dallo scarso numero di commenti che ogni post rivece. Insomma, pare un piacere scrivere blog, ma lo è meno il leggerli. Tanto più che il blogger non sa bene a chi comunicare l'esistenza del suo blog.
Detto questo, ho concluso che l'unico destino possibile di questa pagina, l'unico suo senso, è la sua metamorfosi in blog epistolare, di cui hai il privilegio (mi raccomando, non ti emozionare troppo) di essere il destinatario. Questo nuovo genere letterario nasce dunque oggi, alla vigilia di un viaggio (tanto atteso) verso Dublino.
Come sai, non sono propriamente un globe-trotter, con la valigia sempre aperta in camera e il cervello spianato dalla globalizzazione. Fino a un mese fa non avevo preso mezzo aereo, e la mia esperienza del mondo era più che altro una contaminazione mediterranea fatta di traghetti, odore di benzina, fornellini da campo. Confrontarsi ora con il limite di 20 kg, che il mio trolley azzurrocielo non può eccedere, è a suo modo un piccolo trauma. Ché non potrò riempirlo, al ritorno, di lattine di Guinness o fumetti indigeni, chili di materiale di studio di un socioantropologo occidentale.
Nemmeno mi alletta l'idea di non posare i piedi nudi su sabbie delicate, fini, per camminare invece con un ombrello a portata di mano mentre agosto ci regala una massima di 20 centigradi. Ma proprio in questa diversità d'esperienza sta il confine tra l'abitudine e la voglia di riscoprirsi.
Il viaggio in aereo, soprattutto quando non è molto lungo, elimina in parte il piacere della traversata. Quello, per intenderci, che ci ha portato sul ponte di una nave in Grecia, o quello della Punto che rincorreva il tramonto attraverso i campi di lavanda provenzale e i Pirenei. Manca il tempo per prepararsi a quello che si sta per vivere: avrei forse dovuto leggere Joyce, Wilde, bere un'ultima Guinness nostrana per saggiarne le differenze con l'originale. Invece l'unica cosa che ho fatto è stata ascoltare mezzo disco degli U2. In aereo non avrò tempo di rimediare, impegnato come sarò a evitare le riviste distribuite dalle hostess e il pranzo con tanto di caffé piucchellungo (questi bicchieri da mezzo litro di piscia calda).
Aspetto te e Fabio la settimana prossima. Ora devo salutarti e andare a cercare di chiudere la mia valigia, che sembra un carrello della spesa all'Esselunga la vigilia di Natale.